Il mistero dEll'endorale scomparsa
“La mattina sono sempre di pessimo umore. Maria
non la guardo neanche più. Ed Elisa urla tutta la notte.
Mi vesto al buio per non disturbarle. O forse per
non vederle. Non mangio nemmeno, tanto, m'hanno detto, è questione d'un'oretta
al massimo. Una piccola radiografia al dente.
Prendo dal ripiano accanto all'entrata la piccola
scatola e la metto in tasca. Mi dà sicurezza. La coperta di Linus.
Alle sette al C.U.P., un edificio moderno, anonimo,
che si è incistato nel centro storico. L'impiegata, debitamente abbronzata, mi
prenota per la mattina stessa alle dieci allo Spallanzani, il vecchio ospedale.
E' come fare tredici al toto.
Mi faccio a piedi fischiettando viale Monte Grappa
e poi viale Umberto I, due belle gallerie di verde e smog; devio per il nuovo
ospedale, il Santa Maria, che incombe, inquietante, sulla città. Alla
cassa-ticket la mia lastrina, di cui ignoro il nome, non è contemplata nel
programma informatico per cui, in assenza di istruzioni, mi fanno pagare una
"panoramica". Suona bene, dà un senso di sollievo. Meno, quando devo
tirar fuori cinquantamila.
La fitta arriva puntuale al costato sinistro, ma ci
sono abituato. Tocco la scatola in tasca, mi tranquillizzo, scucio il
bigliettone bicolore e mi avvio speranzoso allo Spallanzani, quattro passi per
un prato tignoso e un parcheggio ancora sterrato.
L'esterno è stato ridipinto; certi corridoi invece
farebbero la felicità dell'abate Faria. Stranamente non mi deprimono.
- Ma chi è stato quell'incompetente che l'ha
mandata qui? - la dottoressa mi guarda severa al di sopra dei suoi occhialini da
presbite. Mi ricorda una professoressa di latino al Liceo, tremenda, tre e
quattro come se piovesse.
Oppongo un muro ottuso di fame e di sonno.
- Lei ha bisogno di una endorale, capisce,
en-do-ra-le. -
Sono sollevato, la professoressa sta spiegando, non
interrogherà più. - Ma qui noi non le facciamo. Deve tornare al Santa Maria e
si fa rimborsare il ticket. Va al C.U.P. e rifà la prenotazione. Torna alla
cassa e paga il nuovo ticket. Semplice, no? -
Ho capito. Più semplice del periodo ipotetico di
terzo tipo.
All'altro ospedale mi riconoscono. Spiego tutto, toccando
nervosamente la scatola in tasca. Ma l'endorale, sulla ruota di Reggio, non
esce. Il programma non lo prevede.
- Cazzo! - dico. Mi accartoccio su me stesso. La
signorina grandi forme ha percepito il suono sordo delle zeta, ha intuito che
l'Appennino Tosco-Emiliano ci divide e diventa gelida.
- Io, al massimo, - sottolinea - le posso
rimborsare il ticket. Poi, vedrà lei. -
Incasso la differenza e vado. In autobus,
naturalmente. Lascia l'auto a casa e prendi il bus. Quando arriva, e se non
crepi di caldo prima.
E' già mezzogiorno, mi par di sognare. Non ho una
crisi mistica, è proprio l'ustionata del C.U.P. che si scusa per l'errore:
- Ecco qui, lei va all'ex Inam, paga il ticket e
aspetta. Ho parlato con un mio amico e le garantisco che la farà passare: in
dieci minuti avrà fatto tutto. -
Abbandono il C.U.P. e sbuco sulla via Emilia. La
chiesa di S.Pietro sembra sorvegliarmi, distante. Il sole inonda la strada ma le
ragazze non mi sorridono. Ce l'hanno con me.
Via Monte San Michele: una teoria di grigi palazzi,
clonati da un progettista distratto. Mi guardano avviliti. Speravano meglio
dalla vita. Come me.
Ma sul monitor, stavolta, compare la mitica
endorale. Sto per baciare l'impiegata nonostante l'età: cinquantacinque o giù
di lì. Pago solo settemila.
Discendo in lugubri cunicoli dai quali ominidi
bianchi come il neon mi fissano con occhi acquosi. La scatola in tasca è ormai
dissolta. Sento il freddo, sotto.
Mi presento all'amico dell'amica del C.U.P. Mi
guarda distratto e mi consiglia di aspettare.
- Ma come, dieci minuti... - La mia "c"
strisciata mi comunica un brivido gelido sulla schiena. Mi hanno riconosciuto.
Repubblica etrusca. Tra un po' ci vorrà il passaporto.
Comincio a passeggiare. Poche persone sedute. Una
mi pare di riconoscerla. E' bella... meglio non dire nulla perché mi guarda con
quegli occhi chiari e strani che potrebbero leggermi nel pensiero. Continua a
fissarmi. Ho le mani fradicie di sudore.
Sono quasi le una. L'amico dell'amica fa entrare
tutti, ma a me no. Ho una fame da lupi, non ho mangiato, che figura ci faccio se
mi fa la lastra con tutti i denti sporchi di pane e mortadella...
Resisto. La ragazza ormai mi sorveglia. Le piaccio?
Non ho tempo di appurarlo. L'agitazione mi stringe alla gola. Tengo le mani in
tasca e passeggio. Metodicamente. Tre passi avanti e tre indietro, due avanti e
due indietro. La rabbia sta montando. Sono le una e mezzo. Imploro con lo
sguardo l'ex amico che finalmente fa un blando cenno d'assenso.
Tutto mi sembra un sogno ora: la piastrina di
sapore infetto che mi pone nella bocca, la predica sull'inutilità di un'endorale
per chi non ha fatto la panoramica, l'accenno oscuro ai malanni che capitano a
chi si sottopone ingiustificatamente ai raggi X.
Esco. Il sudore mi bagna la fronte. Ma ce l'ho
fatta. L'U.S.L. mi ha restituito alla vita dopo oltre 6 ore.
L'amico mi guarda perplesso tirare un sospiro di
sollievo.
- La lastra? Ormai è tardi. Guardi, proprio perché
lei è una brava persona (mi sta dando del terrone?), oggi pomeriggio sviluppo
le lastre, lei viene domattina, presto, prestissimo, intorno alle sette, vediamo
se c'è qualcosa che non va e, caso mai, ne facciamo un'altra... e poi... -
Punto la pistola fradicia di sudore sulla fronte
del tizio e premo il grilletto.”
L'ispettore Catellani la fissava. Era da un po' che
aveva una cotta per il suo capo, ma non lo voleva ammettere, questione di
orgoglio maschile.
“Il disgraziato, un impiegato umbro con problemi
familiari e di integrazione sociale, è in cura presso il S.I.M.A.P.. E'
totalmente innocuo. Ho avuto già a che fare con lui e, vedendolo lì, mi
aspettavo qualcosa di simile. Solo che adesso s'è comprato una pistola. Di
plastica, naturalmente. Visto il tipo... E così,” aggiunse con una nota più
cupa negli occhi chiari, “lo metteranno pure dentro. Il radiologo non intende
passarci sopra. Un pericolo per la comunità.”
Una pausa, ironica.
“Il Grassetti, naturalmente.”
Dopo che ebbe chiuso la porta, la labile scia del suo profumo aleggiò per poco nell'aria.
© MASSIMO CARLONI e "La Voce di Reggio"