SANDOKAN

 

Vent'anni dopo

 

Dal punto di vista televisivo vent'anni sono un'eternità: e così Il ritorno di Sandokan, che Canale 5 ha proposto nell'autunno 1996, giusto  vent'anni dopo la messa in onda della prima serie, assume il sapore di un vero e proprio recupero archeologico. 

Del vecchio sceneggiato Rai, che a suo tempo eccitò le folle con Kabir Bedi, mediocre attore indiano ma dall'indubbio fascino, sono rimaste due cose: il "leit motiv" della colonna sonora e lui, il mito (e mite) Kabir: apparentemente uguale a se stesso, cela in realtà una certa rigidità di movimenti che denuncia i due decenni trascorsi; artisticamente però non è né migliorato né peggiorato e lo spettacolo non ne soffre. 

Discutibili invece le altre scelte produttive: da un Philippe Leroy (lo Yanez di vent'anni fa) eliminato dal cast a favore di Fabio Testi, ufficialmente perché troppo vecchio per la parte, ad un Franco Nero imbalsamato nel ruolo di un santone indiano, ad una Romina Power quanto mai inespressiva nei panni della regina Surama. Ma a tutto c'è rimedio e, si sa, il pubblico televisivo ha spesso la bocca buona. Il problema è un altro.

Dando per scontati la scarsa verosimiglianza delle vicende, il cast multinazionale per esigenze di coproduzione e attori non sempre all'altezza (un male peraltro che colpisce un po' tutte la grandi produzioni televisive degli ultimi anni), ci domandiamo, da vecchi salgariani: dal momento che allo scrittore veronese è stata sempre attribuita proprio una notevole capacità di strutturare le vicende con un taglio cinematografico a danno della psicologia dei personaggi, dello stile e della verosimiglianza, perché gli sceneggiatori hanno furiosamente tagliato, aggiunto e ricucito, tentando improbabili attualizzazioni (l'erede della Perla di Labuan, fiamma di Sandokan, è una giovane ma combattiva giornalista "liberal"!) e distruggendo la tenue poesia dell'opera salgariana?

E' già accaduto in passato (e non parlo del Sandokan di vent'anni fa, animato in un certo senso da un'ansia "filologica") con Il segreto del Sahara e con I misteri della Jungla Nera (quest'ultimo sempre con Kabir Bedi!): Salgari offre solamente lo spunto iniziale e poi viene sfigurato da improvvidi sceneggiatori, sicuramente attenti al gusto del pubblico, ma certamenti ignari della narrativa salgariana: che, pur datata e magari kitsch, una sua coerenza interna però ce l'ha. Un esempio su tutti: in Salgari è presente talvolta l'umorismo ma mai l'autoironia perché l'autore prende terribilmente sul serio se stesso e i suoi personaggi. E allora che senso ha far pronunciare a Sandokan battute proprie del repertorio, che so?, del James Bond di Sean Connery?

E così nel disperato tentativo di essere ecumenici (attrarre vecchi e giovani, teledipendenti e smaliziati lettori) si finisce per offrire un prodotto ibrido, scipito, che non conquista le nuove generazioni (abituate a sapori ben più aspri) e scontenta le più anziane (legate ai dolci ricordi adolescenziali).

Ma che importa! Nel mondo dell'"auditel" e delle telepromozioni (Testi-Yanez, all'inizio di ogni puntata, cerca di venderci qualcosa) la qualità, si sa, è un puro "optional".

 

© Massimo Carloni 

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