I ROMANZI DI EMILIO SALGARI
IL GIRO DEL MONDO IN OTTANTA ROMANZI OTTANTA ANNI FA
Proprio in questi giorni la
RAI ha proposto al pubblico televisivo I misteri della Giungla Nera, una
produzione internazionale che testimonia il risveglio d'interesse che l'opera di
Emilio Salgari sta suscitando negli addetti ai
lavori; lo scrittore veronese sembra infatti offrire a soggettisti in cerca
d'ispirazione canovacci tra i più interessanti: certo, occorre attualizzare
certe problematiche e coinvolgere cast internazionali, ma in tal modo il
successo sembra assicurato sin dall'inizio come già una quindicina d'anni fa
con Sandokan (anche qui, come allora, è presente
l'attore indiano Kabir Bedi).
Ma che cosa sanno i
telespettatori più giovani di Emilio Salgari? Nulla, o poco più. Più
informati i loro genitori o magari i nonni, ma nell'era dell'immagine è
difficile trovare qualche “fan”
letterario dell'autore al di sotto dei trent'anni.
Eppure conoscere lo scrittore
veronese rappresenta, per certi versi, una vera e propria avventura; tanto per
cominciare non è esistita fino a pochi anni fa una bibliografia attendibile
delle sue opere: solo la pazienza certosina di uno studioso vercellese, Felice
Pozzo, è riuscita ad assegnare a Salgari 82 romanzi più altri due di
non sicura attribuzione.
Ma per decenni è circolata
una messe enorme di apocrifi che l'industria culturale, a parte alcune lodevoli
eccezioni, ha lanciato sul mercato giovanile con estrema disinvoltura,
approfittando del fatto che Salgari, quando costruiva i suoi famosi “cicli”,
a volte non si preoccupava di saldare i romanzi tra di loro, ma lasciava storie
aperte, trame accennate, insomma varchi invitanti per chi avesse voluto
“completare” l'opera con l'ausilio di “negri” compiacenti (ma più
spesso sfruttati). Romanzi come Il Corsaro Rosso, Il Corsaro Verde,
etc. arricchiscono il celeberrimo “Ciclo dei Corsari”
(di soli 5 romanzi) di apocrifi che non sempre brillano per la loro qualità.
Ma la sfortuna di
quest'autore non finisce qui: benché scrivesse parecchio per un pubblico
giovanile, sostanzialmente era uno scrittore della più pura appendice e il suo
potenziale pubblico era in realtà molto più vasto. Con il passare degli anni
ha finito per essere etichettato come scrittore “per ragazzi” con
conseguente declassamento in un'Italia ancor troppo devota all'Accademia.
Perché, e qui arriviamo al
terzo punctum dolens, Salgari, pur nei suoi innegabili limiti letterari,
ha ricoperto nell'Italia umbertina e giolittiana (il prossimo 25 aprile saranno
trascorsi esattamente ottant'anni dal suo tragico suicidio) un ruolo tutt'altro
che disprezzabile che meriterebbe ben più d'una citazione frettolosa in qualche
compendio di letteratura.
In primo luogo ha aperto gli
orizzonti limitati della borghesia italiana avida di avventure; con le sue
ambientazioni esotiche ha trascinato i suoi lettori in ogni angolo di mondo con
le sole significative assenze dell'Europa e dell'Italia (a quest'ultima ha
dedicato solo un paio di romanzi di cui uno autobiografico).
Ma il viaggio nello spazio è
spesso coinciso con il viaggio nel tempo: dall'Impero Romano a quello Cinese,
dal Seicento al tardo Ottocento fino ad una puntata persino nel futuro (campo
peraltro nel quale Salgari non si muove certo a suo agio).
In un'Europa tesa
ossessivamente alla conquista coloniale, alla sopraffazione del più debole,
Salgari delinea una figura eroica come quella di Sandokan
che si oppone allo strapotere britannico con un pugno di fedeli pirati. In una
società che sta rapidamente assumendo una sua fisionomia di massa, Salgari
esalta i valori dell'individuo, anche quando questi, come nel caso del Corsaro
Nero, lo conducono a sfidare grandi potenze militari come la Spagna del
Seicento. In una civiltà in cui l'uomo bianco è egemone nei confronti delle
altre razze, Salgari ci presenta eroi di ogni provenienza e colore, uguali nella
dignità.
Certo, non bisogna cadere
nell'errore di chi voglia fare di questo dotato artigiano dell'avventura un
profeta dei nuovi tempi, un rivoluzionario sotto mentite spoglie, un eversore
della società borghese che lo ha partorito e che lo legge con avidità.
Basta esaminare la produzione
“western” di Salgari per notare un'ottica prevalentemente
“bianca”, anche se i suoi protagonisti sono di preferenza liberi uomini
della prateria che combattono sia per la loro vita e indipendenza che contro i
famigerati “musi rossi”; e magari certe tirate antinglesi possono anche
essere viste nella luce rivelatrice di un complesso d'inferiorità ricorrente
nell'Italia post-risorgimentale.
Il problema, purtroppo, è
quello di sempre; nel nostro Paese l'artigianato letterario non ha cittadinanza
e quindi dignità: eppure riscoprirlo con umiltà dovrebbe essere un esercizio
spirituale per molti recensori: sempre pronti con le loro etichette dopo aver
letto, se l'hanno fatto, i risvolti di copertina.