Quella notte in via Santa croce...

 

 

L'odore aspro dell'antica carrozza ferroviaria di terza classe fu spazzato via, tra l'acuto stridìo dei freni, da una lama tagliente di tramontana che desolava la piccola stazione di Assisi.

Chiara affondò il viso nella pelliccia, prese la sacca da viaggio e s’incamminò lungo la pensilina deserta, mentre il treno riprendeva faticosamente la marcia. All'uscita solo un autobus di linea ronfava placidamente in attesa degli ultimi passeggeri della giornata; Chiara, prima di salire, abbracciò con un'occhiata il festone di luci adagiate sul colle, laggiù sullo sfondo, e fu percorsa da un brivido: dopo tanti anni, finalmente, il capolinea.

 

Nel BUIO, una lama

L'orologio della Torre di Piazza batteva le undici e i rintocchi giunsero nitidi, nel vento, alla coppia allacciata nel vicolo in un lunghissimo bacio; si staccarono con un sorriso e si addentrarono nell'oscuro viottolo che saliva, come una sottile e interminabile ferita, sul fianco del colle in direzione della possente Rocca medievale che sovrastava la città.

D'un tratto l'allegria si spense sul volto di lei mentre la mano di lui si protendeva, nel buio, nemica; la ragazza si voltò e cominciò a correre, la gola contratta, le gambe pesanti e il cuore impazzito al rauco ansimare del suo inseguitore.

Le pietre sconnesse del sentiero la tradirono dopo poche centinaia di metri e cadde in avanti, ferendosi le mani ed il viso; ebbe appena il tempo di voltarsi e lui la colpì con violenza: sentì un dolore indicibile mentre la lama le penetrava le carni, poi più nulla.

Dei passi risuonarono, lontano, mentre il vento accarezzava un corpo ormai freddo.

 

BENEDETTA

 Quella mattina Chiara si svegliò ch'era giorno fatto da un pezzo; le finestre della camera d'albergo dove s'era rifugiata la sera prima stanca e infreddolita lasciavano filtrare una luce placida e rassicurante che contribuì a fugare ogni timore.

In effetti, di notte, con la tramontana e la luce incerta dei lampioni stradali sospesi tra una casa e l'altra, l'hotel Bellavista l'aveva impressionata: le occhiaie vuote di un'ala disabitata, che conservava ancora le forme pretenziose del finto-gotico inizio ‘900, l'avevano ipnotizzata e neppure la cordiale accoglienza del portiere di notte era riuscita a sciogliere quella penosa sensazione di gelo.

La vista ora della pianura umbra inondata di sole spazzò via gli incubi notturni; fece dunque per dirigersi verso la doccia quando udì una discussione piuttosto animata lungo il corridoio: incuriosita, socchiuse la porta e vide le donne delle pulizie che, accalorate, avevano
addirittura sospeso il lavoro nelle camere.

“Se l'è meritata, ecco” affermò decisa la più vecchia delle quattro, una quarantina di chili di troppo e una folta peluria sul labbro superiore, appoggiandosi all'aspirapolvere.

“Era una vera e propria... sporcacciona, che Dio l'abbia in gloria!” condannò, prudentemente,
una tizia dal volto scavato e dalle mani forti e callose. “Se l'era passati un po' tutti i ragazzi del posto, compreso quel perdigiorno di Marco che poi l'aveva pestata ben bene...”

“ ...e aveva fatto bene, una volta tanto!” esclamò, rossa in viso, una ragazzina di non più di sedici anni, un fisico slanciato mortificato dal lungo grembiule bianco.

“Lo sappiamo, lo sappiamo che ci muori dietro a quel bulletto, ma in fondo hai ragione: mettersi con quel professore tanto più vecchio di lei...” concordò, benevola, la grassona.

“E l'aborto, poi?” saltò su la quarta, due occhi velenosi affondati in un mare di miele. “Lo sanno tutti che tre mesi fa è andata a Roma, dai parenti diceva la madre, ed è tornata dopo nemmeno una settimana notevolmente dima...” si ammutolì incrociando lo sguardo incredulo di Chiara che, seminuda, ascoltava i loro pettegolezzi; guardò le altre e, con un cenno d'intesa, ripresero tutte quante in silenzio le loro occupazioni.

Chiara richiuse la porta dietro di sé e pensò a quella ragazza bersagliata, da viva e da morta, da quelle lingue impietose provando per lei un'irrazionale simpatia, quasi che quell'oltraggio alla sua memoria gliel'avesse resa improvvisamente vicina.

Che si trattasse di un delitto a sfondo passionale Chiara lo percepì con nettezza quando, appena pranzato, decise di concedersi qualche ora di svago in giro per la città.

In Piazza del Comune, nonostante il freddo pungente appena temperato dai deboli raggi di un sole malato, capannelli di persone erano raccolti davanti ai tre bar e attorno alla fontana e si discuteva con foga di Benedetta Mastai, uccisa ad appena vent'anni da un ignoto accoltellatore in via Santa Croce.

Nonostante i soliti pappagalli in servizio permanente l'avessero squadrata, pesata, misurata, giudicata, appetita ed interpellata una decina di volte, Chiara era riuscita a non mescolarsi a quella piccola folla eccitata di cui, però, aveva percepito ed assorbito gli umori; disgustata, decise di colpo di cambiare il programma prefissato: avrebbe continuato la sua ‘vacanza’ finché le fosse stato possibile e solo allora si sarebbe a malincuore gettata nella mischia.

Non aveva fatto però i conti con Demetrio Ascanio Torrini, responsabile della cronaca cittadina della Voce del Subasio, che la mattina seguente assalì i suoi lettori abituali e l'incolpevole Chiara con un mare di retorica, un fiume di maldicenze, un torrente di facili moralismi, il tutto in salsa tardo-dannunziana.

“In sostanza” mormorò Chiara, seduta sugli scalini del Palazzo del Comune, scorrendo le note infuocate del Torrini “abbiamo una ragazza dai  ‘facili costumi’ trovata dissanguata con tre coltellate all'emitorace destro in via Santa Croce, sentiero frequentato da coppiette in cerca di intimità; un violento ex, Marco Livi, dal carattere piuttosto turbolento, soppiantato diverso tempo fa da un piacente e fascinoso professore di italiano e storia alle magistrali, quel Roberto Fuccini che sembra faccia continue stragi nei cuori delle giovani allieve. Due indiziati, nessuna prova, alibi nemmeno a parlarne, polvere tanta...”

 

Il professor Fuccini

Incuriosita, andò dunque l'indomani, giovedì, ad ascoltare il famigerato Fuccini alla Sala della Conciliazione dove da qualche tempo era stata programmata la presentazione di un suo libro; la manifestazione, con squisita sensibilità, non era stata rimandata né tanto meno cancellata, e questo rientrava nella logica del personaggio.

La sala, in occasioni simili semivuota, quel giorno era colma; Chiara riuscì a stento ad insediarsi su uno dei davanzali delle enormi finestre che davano sulla Piazza del Comune, ma la posizione aveva i suoi vantaggi perché le consentiva di esaminare con agio i presenti da cui si alzava, compatto ed ostile, un parlottare sommesso.

“Voi tutti sapete” aveva esordito, indifferente e cattedratico, il professor Fuccini “come il problema delle confraternite...”

“E’ stato lui, ti dico, non è la prima volta che succede qualche pasticcio con una delle sue... alunne!” sibilò un'anziana signora alla sua vicina di posto, una pallida ed emaciata creatura dall'età indefinibile; l'altra non rispose e si limitò ad annuire saggiamente col capo, mentre a fianco di Chiara una mamma dava di gomito alla figlia, indicando in prima fila la chioma ramata dell'ultima preda di Fuccini.

In effetti, dovette ammettere Chiara superando un'istintiva antipatia, il professore era un bell'uomo: quarant'anni, occhi verdi impassibili sotto la chioma incolta, lineamenti fini nascosti dietro una folta barba; più che il viso però, ciò che colpiva erano le mani, lunghe e nervose, in frenetico movimento (ora stava tracciando rapidi appunti mentre interveniva un tronfio intellettuale del luogo), e soprattutto quell'indefinibile alone di seduzione che emanava dalla sua voce, profonda e suadente, piacevolmente in contrasto con il fisico asciutto e scattante.

Era lui l'assassino? Probabilmente sì, ma non c'erano prove; anzi, la fosca ombra del delitto aveva acuito il suo potere d'attrazione sulle adolescenti che, nonostante le briglie materne, erano in costante ed estatica adorazione: Benedetta, forse, era morta invano.

 

UNA LUCE STRANA NEGLI OCCHI

II suono greve e sensuale del sax di Careless whisper esplose nell'affollata pista da ballo del West Coast; stranamente si fece il vuoto, quasi che il ‘lento’ avesse paralizzato la cinquantina di giovani che ora, spalle appoggiate al muro o abbandonati sui divani, fissavano
con insistenza il vuoto.

Chiara si ritrovò sola e decise, in mancanza di meglio, di salire al bar a prendere qualcosa. Era suggestiva quella discoteca ricavata nelle viscere di uno dei più antichi palazzi di Assisi che, benché piccola, offriva tre zone distinte situate su piani diversi : il bar a livello stradale, la pista un po' più in basso e infine la sala cinematografica, laggiù in fondo ad uno stretto cunicolo ricoperto di moquette, per coppie in cerca di svago o intimità.

Si era appena seduta ad un tavolino di un rosso squillante che Marco Livi (Chiara lo riconobbe subito : le sue foto avevano invaso le prime pagine della Voce del Subasio) si diresse sicuro dalla sua parte e con un “carino, molto carino” rivolto all'abitino leggero e scollato di lei si sistemarono accanto.

Si fosse trattato di un altro Chiara avrebbe reagito freddamente a quegli sguardi un po' troppo espliciti, ma l'occasione andava sfruttata e gli diede corda.

“Sei una celebrità ad Assisi a quanto pare” lo incoraggiò con un gesto della mano facendogli posto.

Un'ombra passò sul volto abbronzato, ma un ampio sorriso scacciò subito ogni traccia di malumore.

“Sì, è vero, quell'idiota di Torrini mi sta facendo una grossa pubblicità, ma le mie uniche colpe sono state quelle di innamorarmi di Benedetta, secoli fa, e di suonarla a dovere quando si mise con quel dritto di Fuccini. Chiuso. Ora, invece, ci stanno costruendo un romanzo... Ma tu come fai a sapere tutte queste cose? Non ti ho mai visto nei paraggi, una come tè non si dimentica facilmente...”

“E’ vero, sono in vacanza” mentì Chiara, mentre, indispettita, arrossiva al complimento, “ma il buon Torrini ha fatto sì che Assisi sia tutta un pettegolezzo.”

“Benedetta, a modo suo, era una brava ragazza”, un velo appannò gli occhi di lui, “un po’ troppo allegra e disinvolta, forse, ma la sua rovina è stato quel... professore; e comunque”, concluse stringendo i pugni, “meglio morta che nelle sue mani.”

Quant'è giovane, si sorprese a pensare Chiara, non avrà più di vent'anni, ma vuole a tutti i costi recitare la parte del ‘duro’; eppure, in preda alla gelosia, ha picchiato selvaggiamente Benedetta e allora non avrebbe potuto… o forse mi sto facendo suggestionare dal veleno di questa vicenda ?

Tutt'a un tratto prese una decisione : “Vieni giù a ballare?” propose invitante; trascorrere la serata con Marco avrebbe forse semplificato il suo compito.

“Certo” acconsentì lui, improvvisamente timido, e le fece strada con una luce strana negli occhi...

 

Un nero grumo di sangue

La domenica e il lunedì Chiara li trascorse in giro per l'Umbria cercando di dimenticare Assisi e i suoi misteri.

In effetti cominciava ad essere un po' troppo coinvolta in prima persona : prima l'istintiva simpatia per la giovane vittima, poi il sabato sera in compagnia di un probabile assassino che, d'altra parte, si era dimostrato un ragazzo simpatico ed attraente.

Alle due lui l'aveva accompagnata in albergo, ma non era salito; si erano fermati sul muretto di fronte all'entrata e si era limitato, un braccio attorno alle spalle di lei, a scribacchiare il suo numero di telefono su un foglietto e ad infilarglielo nella borsetta: un bacio sulla fronte ed era scomparso giù per il ripido lastricato di via Aluigi.

Lunedì sera Chiara tornò stanchissima, ma la sua mente neppure per un attimo si era liberata dell'ossessionante presenza di Benedetta e di Marco; si buttò sul letto senza spogliarsi e s'addormentò di colpo.

L'indomani, assieme ad una pioggerella sottile che pareva inghiottita dalle stanche pietre delle case annerite dal tempo, giunse anche la notizia del secondo omicidio: La Voce del Subasio esibiva trionfalmente in prima pagina la foto del professor Fuccini o meglio, ciò che rimaneva del nobile volto dell'insegnante : la parte destra del viso era semplicemente scomparsa e al suo posto c'era ora un nero grumo di sangue su cui l'obiettivo si era impietosamente fermato.

Il Torrisi, sotto un cubitale Delitto in Biblioteca, si era, come al solito, dilungato nei particolari: la morte risaliva al venerdì precedente, poco prima della chiusura di fine settimana, ma il cadavere era stato rinvenuto solo il lunedì quando Carmela Velotti, l'anziana signorina che fungeva da aiuto bibliotecaria, aveva aperto i locali della Biblioteca Comunale alle otto in punto. Il tempo di accendere le luci e aveva visto in sala di lettura il corpo riverso sul tavolo con l'orribile ferita rivolta verso il soffitto istoriato: un attimo prima di svenire era riuscita ad emettere un grido agghiacciante che aveva fatto accorrere studenti e professori dal vicino Istituto Magistrale. Poi la solita routine: nessuna impronta sull'arma del delitto (un pesante reggilibri) mentre sul pomello della porta risultavano solo quelle della Velotti; il direttore aveva dichiarato di essersene andato il venerdì sera senza sospettare di nulla anche perché le luci della sala di lettura erano spente : evidentemente, aveva pensato, la sua assistente aveva provveduto a fare il solito giro dei locali prima di accomiatarsi. La polizia indagava.

“Visto signorina che roba?” il portiere sbandierò una copia del quotidiano sotto gli occhi di Chiara appena uscita dall'ascensore. “C'è pericolo che i turisti se ne stiano lontani e sarebbe un bei guaio per noi. Sa,” continuò con fare untuoso, “viviamo sui nostri santi, con rispetto parlando, e una pubblicità di questo genere, le assicuro, è l'ultima cosa che vorremmo. La città serafica si tinge di sangue...”

Chiara lo fissò, gelida, con i suoi grandi occhi azzurri quindi uscì senza salutare; con un sospiro discese lungo via Aluigi che s'apriva sinuosa a pochi passi dall'albergo e sbucò davanti al vecchio cinema, ormai chiuso da qualche tempo, le locandine lacere e ingiallite a celebrare i suoi antichi ed effimeri fasti; volse solo per un attimo lo sguardo su per il lungo budello annerito di via Fortini che saliva, umida, verso la Piazza del Comune e lentamente si incamminò in direzione della Biblioteca Comunale.

  

Assisi pagana

 Questa occupava il primo piano di un antico palazzo più volte ritoccato nel tempo, che ospitava anche, ai piani superiori, l'Istituto Magistrale e quello per Geometri.

Chiara salì due rampe di scale ed entrò in una stanza stipata di schedar! metallici; accorse subito il direttore, un vecchio frate dall'aria candida e innocua con una luce di tristezza negli occhi.

“Desidera?”

“Vorrei consultare in sala di lettura...”

“E’ una giornalista, vero?” l'interruppe il sacerdote.

“Beh, veramente...”

“Si accomodi, le faccio strada. Vorrei solo che capisse”, soggiunse dopo un attimo di silenzio, “e non scrivesse poi cose che avvelenano il cuore alla gente.”

Si sedettero ai lati di una scrivania accanto ad un'altra finestra e per un attimo fissarono il tavolo dove era stato rinvenuto cadavere il Fuccini.

“Vede” indicò il frate “è stato trovato proprio lì. Lo conoscevo bene, insegnava al piano superiore, e nelle ore libere scendeva e consultava qualcosa, era come di casa, insomma.”

“Eppure l'hanno massacrato proprio qui... Chi lo ha fatto doveva conoscere bene le sue abitudini: magari lei ha visto qualcuno... o qualcuna, in questi ultimi tempi, che frequentava più assiduamente la Biblioteca. Non so, mi aiuti lei...

Padre Giacinto (Chiara aveva sbirciato il suo nome su certe lettere posate sulla scrivania) tacque. Per qualche minuto compilò, con una calligrafia rotonda e quasi infantile una scheda d'archivio; poi sollevò la testa e fissò quella giovane che sedeva di fronte a lui, dagli occhi chiari e indifesi che le illuminavano il volto abbronzato, e si decise a parlare.

“Non so perché, ma lei m'ispira fiducia; non è una giornalista qualsiasi, non è assetata, come vuol far sembrare, di particolari più o meno morbosi, sta cercando, a modo suo, la verità in questa orribile storia. Il professor Fuccini non era certo un uomo casto, ma non è tutto vero quello che hanno vomitato addosso a lui, alla povera Benedetta e a quell'altro ragazzo cresciuto troppo in fretta, Marco voglio dire. Ognuno aveva i suoi bravi difetti (e Fuccini più degli altri), ma venivano ingigantiti dalle maldicenze, assai poco caritatevoli, di questa città ipocrita e pagana. Assisi”, la voce del frate aveva assunto una forza inconsueta e i suoi occhi brillavano nel volto rugoso, “è una città di santi, ma lo spirito di questi sopravvive ormai solo sotto le oscure volte delle chiese a loro dedicate. Le sue pietre rosate raccontano il verbo cristiano al turista devoto, ma i suoi abitanti vendono ogni giorno i loro santi tenendoseli cari che altrimenti non vivrebbero. 0stentano visi pii e coscienze timorate, ma la loro più vera e antica radice, la vena orgiastica, sensuale e terrena della loro anima precristiana esplode ogni primavera nel Calendimaggio. Benedetta aveva assorbito lo spirito dei suoi tempi e, incosciente, vi si abbandonava con la forza e l'ingenuità dei suoi vent'anni; l'ha uccisa questa sua irrefrenabile voglia di vivere, questo suo inconsulto immolarsi ad una vita fatta di istinti ed ha armato così la mano del suo assassino.”

 Chiara aveva ascoltato in silenzio lo sfogo del frate ed intanto aveva osservato la stanza con i suoi scaffali alti sino al soffitto, i suoi tavoli disposti a elle (predisposti per un banchetto nuziale, si sorprese a pensare), il sereno e tranquillo fiotto di luce che penetrava dai lunghi finestroni.

Fissò per un attimo quel devoto, umile e appassionato uomo di chiesa e, stringendogli in silenzio la mano, se ne andò.

  

La soluzione

 La pioggia era cessata e le pietre rosate di via San Francesco brillavano sotto i casti raggi del sole. Camminando nella profonda quiete di una teoria di case, conventi e palazzi ormai vuoti, Chiara ripensò ai due delitti, così diversi eppure così legati tra loro, agli ambienti e ai personaggi: via Santa Croce, proprio dietro il suo albergo, così appartata e selvaggia, una scheggia di monte nel cuore di Assisi; la Biblioteca deserta con un vecchio frate sperduto nella vastità delle sale colme di libri; la gente comune, morbosa, curiosa, repressa nella sua ipocrisia puritana; il professor Fuccini e i suoi molti nemici : i moralisti di provincia, le famiglie benpensanti, i ragazzi soppiantati dal suo fascino maturo, le adolescenti usate e gettate via l'una dopo l'altra; e l'anonimo assassino che, protetto dalla notte o dal complice silenzio di un tempio senza fedeli, aveva colpito senza pietà.

Chiara, intanto, raggiunta via Portica, osservava i negozi che si offrivano al passante carichi di ceramiche, di pizzi, di guide turistiche, di biografie francescane, di pasciuti frati di iuta, di tavolette di coccio smaltato con risaputi proverbi, logore facezie e un ' Padre Nostro ' dionisiaco dal tono vagamente blasfemo.

D'improvviso, al termine della ripida salita, apparve la Torre di Piazza e il Tempio di Minerva con le sue colonne erose dai secoli; i rintocchi di mezzogiorno richiamavano una frotta di uccelli che, a volo radente, intrecciavano danze frenetiche attorno ad un uomo che offriva loro del miglio.

La pace discese nel cuore di Chiara; i delitti avevano un padre.

  

L’arresto

 II mattino seguente Chiara si svegliò di malumore: alle dodici terminava la sua ' vacanza ' ed ormai non poteva più rimandare...

Si rigirò pigra nel letto, indecisa sul da farsi; prima di uscire allo scoperto si volle concedere l'ultimo lusso, la colazione a letto; diede le opportune disposizioni per telefono e si godette il caldo raggio di sole che illuminava il suo guanciale.

“Signorina, signorina,” articolò a fatica la cameriera, rossa in viso per l'eccitazione e per la corsa “ecco la colazione... se sapesse ! L'hanno arrestato finalmente... quel bruto, quel disgraziato...”

“Chi?” chiese impallidendo Chiara.

“Marco, Marco Livi, chi altri se no? C'è tutto scritto sul giornale! Lo dicevo io che finiva
male...”

Non ebbe il tempo di continuare; Chiara fece volare in aria le coperte, s'infilò ciò che le capitò sottomano ed uscì veloce sotto gli occhi stupefatti della donna.

Scese in strada e corse a perdifiato lungo via San Paolo che declinava dolcemente verso Piazza del Comune; lì, ancora una volta La Voce del Subasio urlò la grande notizia.

“Nella tarda serata di ieri”, riferiva insolitamente asciutto il solito Torrini, “il commissario capo Telesio Redini ha effettuato l'arresto di Marco Livi sotto l'imputazione di duplice omicidio volontario nelle persone di Benedetta Mastai e di Roberto Fuccini. Schiaccianti gli indizi: tracce di fango sulle sue scarpe della stessa composizione chimica di quello rinvenuto sul cadavere della ragazza e la sua firma sul registro delle presenze in Biblioteca di venerdì scorso accuratamente cancellata e ricostruita solo grazie agli sforzi della Scientifica di Perugia. Il Livi, inoltre, non ha alcun alibi per l'arco di tempo in cui presumibilmente sono stati commessi i delitti per i quali,
come è noto, aveva un preciso movente. Il giovane si proclama innocente.”

  

La confessione

Perché ha ucciso Fuccini?”

Padre Giacinto crollò la testa con un sorriso.

“Come ha fatto a capirlo?”

“Semplice. Il movente. Fuccini aveva fatto fuori Benedetta perché la ragazza non se la sentiva di abortire una seconda volta e minacciava di tirare fuori tutta la storia; che fosse di nuovo incinta me lo ha rivelato poco fa la madre tra le lacrime e lei, padre Giacinto, non poteva non saperlo perché Benedetta si confidava spesso con lei, nonostante tutto. L'occasione: lei era l'unico a poter uccidere il professore senza troppi rischi; chiunque, in Biblioteca, avrebbe dovuto sottoporsi ad un tour de force incredibile per eliminare le prove della propria colpevolezza. L'arma: uno dei reggilibri della sala di lettura. Le prove: il pomello della porta con le sole impronte della Velotti; essendo stato lei l'ultimo ad uscire venerdì, perché non sono state trovate anche le sue? O aveva paura di lasciare una benché minima traccia di sangue e ha ripulito tutto accuratamente? La firma cancellata di Marco è stato poi un tentativo, riuscito male a giudicare dai risultati, per discolparlo : perché Marco quella sera in Biblioteca ci andò e firmò sul registro, non aveva motivi per tenere celata la sua presenza o se li avesse avuti non avrebbe lasciato tracce. E infine”, la voce di Chiara era impersonale e volutamente monotona, “i delitti sono stati commessi, come dimostrano i colpi inferti alle vittime (tutti a destra e in posizione frontale), da individui mancini... come lei e il professore, vi ho osservati bene; Marco, invece, non lo è...”

II vecchio frate sembrò liberato da un peso troppo grande per lui e mestamente annuì.

“E’ vero. Ho cercato di convincerlo a lasciar stare Benedetta e lui l'ha uccisa. Quel venerdì l'ho scongiurato di costituirsi per non distruggere un'altra vita ancora, quella di Marco, e lui si è messo a ridere: ‘Non ci sono prove contro di me. Quella sgualdrinella ricattatrice non ce la farà ad incastrarmi, neppure dopo morta.’ Non sono riuscito più a dominarmi e mi sono sostituito alla Provvidenza. Anche io, come gli altri,” concluse con un sospiro “ho dimenticato il verbo cristiano e mi sono riscoperto pagano... Mi accompagnerebbe in commissariato?”

 

Chiara

“Dottore, c'è il direttore della Biblioteca e una ragazza che non conosco che vorrebbero parlarle” annunciò l'agente Di Giovanni entrando nell'ufficio del commissario Redini e disegnando rapido nell'aria una provocante silhouette.

“Falli entrare” borbottò sorpreso l'anziano funzionario. Era amico di padre Giacinto, ma non l'aveva mai visto metter piede lì, e con una bella figliola, poi! Ci doveva essere qualcosa di grosso nell'aria.

Accolse il vecchio frate con premura e squadrò curioso la giovane bruna e slanciata che lo accompagnava.

“Con chi ho il piacere ?...”

“Chiara de Salle, vice commissario in prova, destinazione Assisi a decorrere dalle ore dodici di mercoledì 22 marzo, cioè da ora, commissario Redini. Ai suoi ordini.

 

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